Quando si arriva a Minsk, dai Paesi dell’Europa occidentale, si ha la sensazione di fare un salto temporale all’indietro, prima del 1989, quando ancora esisteva la cortina di ferro e la Bielorussia faceva parte della vecchia U.R.S.S. La città rappresenta l’esempio migliore di pianificazione sovietica su larga scala, con palazzi governativi mastodontici e di color cemento. Durante la seconda guerra mondiale il centro della città e il nodo ferroviario furono completamente rasi al suolo e complessivamente furono distrutte circa l’80% delle abitazioni.
La Bielorussia, in questi ultimi anni, è sempre al centro delle cronache internazionali per le continue violazioni dei diritti umani compiute dal regime di Lukashenko.
In seguito, alla proclamazione dell’indipendenza dalla Russia, il 25 agosto 1991, Alexander Lukashenko, dopo l’approvazione della nuova Costituzione, venne eletto presidente della Bielorussia a suffragio diretto. Il “padre venerato”, come ama farsi chiamare in patria, era un ex direttore di un “sovkhoz”, una fattoria di Stato, ed ha costruito il suo potere personale sulle ceneri dell’URSS, creando da subito un regime autoritario, forte dei suoi legami con Mosca. La propaganda, che si nota immediatamente camminando per le vie della città, è molto radicata nel pensiero e nel paesaggio cittadino. Non è difficile infatti vedere numerosi slogan in rosso e verde, il colore della bandiera nazionale, con scritto “Io amo la Bielorussia” o “Siamo bielorussi!”.
Le legislative del 2000, ancora una volta, diedero la vittoria ai candidati vicini al Presidente, ma sia l’opposizione sia l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) denunciarono brogli elettorali. Nel 2004, grazie a una modifica costituzionale, Lukashenko poté candidarsi per un terzo mandato vincendo sia le presidenziali del 2006, sia le legislative del 2008 quando tutti i 110 seggi del parlamento furono assegnati a esponenti appartenenti al suo partito. Durante le presidenziali del dicembre 2010 Lukashenko mantenne il suo potere con quasi l’80 per cento dei voti. Il giorno dopo l’ennesima elezione del “padre venerato”, si svolsero molte manifestazioni di protesta contro i brogli elettorali con arresti di centinaia di attivisti e sette dei nove candidati; anche in quel caso l’OSCE denunciò il fatto che i suoi osservatori non avevano avuto la reale possibilità di monitorare il conteggio in almeno il 66 per cento dei seggi e che, dove erano riusciti a farlo, avevano denunciato irregolarità.
Lo scorso 23 settembre si sono svolte in Bielorussia le elezioni per il rinnovo della Camera dei rappresentanti, la camera bassa dell’Assemblea nazionale formata da 110 deputati tutti eletti dal popolo, che ha il potere di nominare il primo ministro e che può fare modifiche alla Costituzione. Dei 110 seggi, 109 sono stati assegnati ai partiti che appoggiano il presidente Alexander Lukashenko, perché è stata raggiunta la soglia del 50 per cento dei votanti in tutti i distretti elettorali, tranne che in quello in cui correva un esponente del partito liberal-democratico, unico partito di opposizione presente alle elezioni, per cui il seggio è rimasto vacante.
Gli altri due partiti di opposizione, il Fronte Popolare e l’Unione Civile, hanno ritirato i propri candidati e non hanno partecipato alle votazioni, dopo che il governo aveva respinto le richieste di liberazione dei prigionieri politici e si era rifiutata di promuovere pari libertà di informazione sui loro programmi elettorali. I principali partiti di opposizione, infatti, hanno deciso di boicottare le elezioni invitando i cittadini ad “andare a raccogliere funghi” e accusando il governo di Alexander Lukashenko, spesso definito ”l’ultimo dittatore d’Europa”, di aver manovrato le votazioni.
Nonostante le ultime elezioni siano state vinte senza alcuna concorrenza, i primi di agosto si è verificato un evento singolare: Aleksandr Lukashenko è stato messo in crisi da un’invasione di peluche. Due membri dell’agenzia pubblicitaria svedese Studio Total hanno preso lezioni di volo e, ottenuta la licenza, sono partiti con un piccolo velivolo alla volta della Bielorussia e dopo aver violato il superprotetto spazio aereo, l’hanno “bombardata” in modo pacifico con orsetti che portavano al collo messaggi anticensura e a sostegno della democrazia.
Lukashenko all’irrisione ed all’umiliazione ha reagito immediatamente con la forza rimuovendo i vertici della difesa aereonautica, due generali, il capo delle forze aeree e quello delle guardie di frontiera, colpevoli di non aver respinto l’aereo nemico. Inoltre, ha fatto arrestare il blogger attivista bielorusso che aveva pubblicato su Internet le foto degli orsetti e due giornaliste bielorusse. In aggiunta, ha minacciato di abbattere i velivoli in caso di nuovi voli con i “teddy bears”. Una volta sistemate le cose in casa propria è passato ad alcune azioni di rappresaglia contro il “nemico esterno“, cacciando prima l’ambasciatore svedese, il cui governo ha reagito vietando l’ingresso sul proprio territorio al nuovo inviato bielorusso, e procedendo poi con l’espulsione di due diplomatici. “Un dittatore può essere temuto e odiato, ma quando la gente inizia a ridere di lui, i suoi giorni sono contati – sostiene Thomas Mazetti, titolare dell’agenzia Studio Total”. L’asse di ferro tra Mosca e Minsk ha sempre rappresentato per il governo di Lukashenko un forte sostegno per la propria economia, ma dopo questo forte periodo di crisi internazionale la politica economica del Paese si trova ad un bivio, o viene adottata una vera economia di mercato, come si è verificato in Russia dopo la caduta del muro di Berlino, oppure la Bielorussia diventerà una nuova Corea del Nord, sempre più chiusa in se stessa.










